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  Una mamma racconta . . .

[ TESTIMONIANZA DI UNA MAMMA DI UN ALUNNO AUTISTICO ALLE SCUOLE ELEMENTARI ]


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Ho un figlio affetto da disturbo dello spettro autistico. Sebbene sia formalmente ancora in carico al servizio sanitario territoriale, da anni il bambino non usufruisce più di trattamenti educativi e sanitari pubblici in parte per scelta della famiglia in parte per scelta degli operatori.

Ogni anno viene eseguita un’osservazione della quale non viene fatta restituzione ai genitori; i miei unici contatti con gli operatori sono quindi dovuti a motivi burocratici: richiesta di impegnative, richiesta di documentazione, gruppi operativi in collaborazione con la scuola.

Forse sarà una mia impressione ma ogni volta che mi confronto col servizio territoriale avverto un giudizio nei confronti della famiglia per aver deciso di intraprendere un percorso riabilitativo di stampo comportamentale così diverso da quello psicodinamico proposto dal poliambulatorio, tralasciando che questa scelta è stata fatta su indicazione di una struttura pubblica, anzi di un ambulatorio di una struttura pubblica che è punto di riferimento a livello nazionale.

Se quindi capisco le perplessità e le difficoltà che un operatore può provare nel confrontarsi con un approccio lontano dalla propria formazione e dal proprio modo di lavorare, non condivido però l’abbandono di fatto del bambino al percorso riabilitativo intrapreso privatamente quasi che qualsiasi contatto o confronto fosse inutile e improduttivo. Dico questo perché comunque il bambino rimane in carico al servizio territoriale al quale spetta redigere la documentazione, in particolare quella che dà accesso a servizi e prestazioni ai quali egli ha diritto, e che quindi dovrebbe essere redatta da un professionista che abbia una conoscenza effettiva, approfondita e aggiornata del paziente.

Di importanza fondamentale è considerare il fatto che il servizio territoriale rimane anche il punto di riferimento cui la scuola deve necessariamente rivolgersi nella formulazione del progetto educativo per l’alunno disabile. E’ vero che ai gruppi operativi possono partecipare oltre che agli operatori del servizio sanitario anche consulenti della famiglia o operatori con cui la scuola abbia avviato percorsi di formazione degli insegnanti o altri progetti simili, ma è anche vero che i margini di libertà sono piuttosto ristretti. Far entrare a scuola un professionista come consulente della famiglia, sebbene accreditato e che già abbia lavorato in modo proficuo con istituzioni pubbliche, richiede tempi lunghi, tanta fatica e colloqui con dirigenti prevenuti e timorosi di contravvenire alle normali prassi previste.

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Capisco che la scuola pubblica debba fare molta attenzione nel concedere l’accesso ad esterni e che questo venga fatto anche a tutela degli alunni stessi, ma è davvero sgradevole sentirsi dire di richiedere un trattamento privilegiato per voler fare entrare un consulente privato a scuola, se il privilegio è un figlio disabile non so in quanti vorrebbero accedervi. E’ naturale che debba esistere una prassi e delle linee guida stabilite e condivise, ma forse queste vanno aggiornate e riviste. Non si può chiedere a un genitore di sentirsi rassicurato per il fatto che il progetto formativo del figlio è elaborato da insegnanti che abbiano come punto di riferimento operatori che nella migliore delle ipotesi vedono il bambino due ore all’anno, mentre per questioni burocratiche non possono rivolgersi a professionisti che lo seguono costantemente e che hanno anche una formazione specifica più approfondita.

Anche nella scuola ci si scontra con la presunzione che l’handicap sia una grande categoria indifferenziata, dove ogni bambino è fondamentalmente uguale all’altro per cui non esiste l’esigenza di un formazione specifica per l’insegnante, partendo dal presupposto che se un’insegnante ha esperienza sicuramente saprà cosa fare perché non è il primo bambino che incontra. Devo dire che le resistenze si incontrano soprattutto a livello dei dirigenti scolastici, prevenuti, spaventati da ciò che non conoscono, preoccupati di non prevaricare la professionalità dei loro insegnanti, convinti che le cose come stanno siano già più che adeguate. C’è il rischio che si verifichino casi di discriminazione; un genitore che non abbia il tempo, le competenze e gli aiuti (e qui ANGSA è stata fondamentale) necessari può arrendersi subito nello scontro e non ottenere per suo figlio ciò di cui ha diritto.

Per mia fortuna ho incontrato insegnanti attenti e disponibili che hanno accettato di interagire con il consulente della famiglia e dopo un periodo di conoscenza e di presa di fiducia hanno potuto continuare la collaborazione con un progetto finanziato da fondi pubblici. Anche loro hanno riconosciuto che la conoscenza specifica delle esigenze e delle potenzialità legate ad un particolare handicap permette di declinare il percorso didattico ed educativo in maniera più adeguata, accorgendosi di come pratiche consolidate che si credevano universalmente valide potessero non esserlo nel caso specifico.

I vantaggi ci sono per il bambino per cui il tempo a scuola viene sfruttato pienamente, per gli insegnanti che hanno un alunno più gestibile, più integrato e più competente, per la scuola che si arricchisce di un sapere e di professionalità che rimangono come patrimonio.

Parlando di scuola dell’obbligo una ulteriore difficoltà sta nel far comprendere l’importanza del ruolo della scuola non solo sul piano didattico, ma anche ,soprattutto per bambini affetti da disturbo dello spettro autistico, nel creare un programma strutturato che promuova e sostenga l’interazione coi compagni (detto più semplicemente, il lavoro di gruppo pensato in modo strutturato e con cadenza giornaliera che insegni al bambino con handicap a interagire coi compagni e ad applicare le competenze che ha acquisito col lavoro individuale, è visto come una perdita di tempo per gli altri bambini che devono restare al passo col programma ed è vissuto con ansia dagli insegnanti perché indubbiamente si tratta di un compito impegnativo e col quale hanno meno dimestichezza).

E’ confortante che anche i dirigenti inizialmente rigidi e poco concilianti siano poi così rassicurati dalla conoscenza di quello che prima era solo un fumoso approccio educativo di cui sentivano dire le cose più disparate, e così soddisfatti degli esiti ottenuti, da mostrarsi non solo molto più concilianti, ma anzi desiderosi di diffondere e pubblicizzare l’iniziativa presa dalla propria scuola. Rimane il fatto che per un genitore di un figlio con handicap ottenere quello di cui si ha diritto comporta una enorme fatica, un dispendio di energie e di tempo e lo sconforto di scontrarsi con persone e prassi poco concilianti quando non proprio avverse.

Quest’anno ho poi potuto constatare che i sempre più ingenti tagli alla scuola pubblica comportano un progressivo peggioramento del servizio offerto a tutti gli alunni, ma colpiscono primariamente quelli certificati le cui esigenze diventano un lusso insostenibile. La frammentazione degli appalti dei servizi (sostegno all’handicap, pre-post scuola, pranzo) alla ricerca del maggior risparmio possibile anche a discapito della qualità del servizio fa sì che gli alunni si trovino ad interagire con un numero sempre più alto di operatori e che molti momenti della giornata diventino un “parcheggio” e non un’opportunità educativa. I fondi per finanziare i progetti di formazione e supervisione degli insegnanti sono sempre più esigui e se si vuole fare un lavoro sensato la famiglia li deve integrare di tasca propria.

Un ultimo pensiero lo esprimo sulle visite di revisione dell’handicap e dell’invalidità. Anche in questo caso capisco che si tratta di materia delicata e complessa, non mi permetto di dare indicazioni o pensare di poter risolvere problemi. Mi limito a constatare che trovo del tutto inadeguato il fatto che la commissione che si trova a decidere sulla certificazione e quindi sull’accesso a benefici così importanti per i minori con handicap e per le loro famiglie, abbia a disposizione così pochi elementi. Non è certo vedendo il bambino per pochi minuti che si può valutare l’entità dell’handicap e la sua ricaduta sulla qualità di vita della famiglia, né le necessità, le limitazioni e le spese che comporta. L’unica documentazione presa in considerazione è l’esito di un’osservazione e un test effettuati da persone che sicuramente sono estremamente competenti ma che vedono il bambino una volta l’anno e la cui valutazione può quindi non rispecchiare pienamente quella che è la realtà delle cose. L’autismo non lo puoi valutare semplicemente come un ritardo di sviluppo o un deficit nell’apprendimento.

Quello che condiziona la mia vita non è che mio figlio abbia un programma didattico diverso dai compagni, quello che incide è che io non posso lavorare a tempo pieno, che io non posso lasciarlo a una baby sitter qualunque, che io non posso portarlo in giro a fare le cose che fanno gli altri bambini, che io devo lavorare sodo ogni giorno su ogni minimo aspetto della quotidianità se voglio renderlo sempre più indipendente, che io devo pagare educatori appositamente formati perché possa seguire la terapia che scientificamente è più accreditata e per la quale non ricevo nessun contributo pubblico.

Concludo dicendo che nonostante tutte queste difficoltà, nonostante ci siano periodi nerissimi nei quali si vorrebbe solo poter scappare lontano, un figlio handicappato è il figlio migliore che ti possa capitare, l’unico che ti assicura i beni davvero preziosi.

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Una mamma


10 novembre 2011


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